Ma il tuo gatto per chi ti ha preso?

Articolo di DAN NOSOWITZ, pubblicato su The Awl con il titolo Who Does Your Cat Think You Are?

Passo del gran tempo a riflettere sulla mia curiosa scelta di vita.
Tengo in casa un predatore secondario piccolo e peloso, lo nutro, mi occupo della sua cacca e gli permetto di stazionare nel mio appartamento senza pagare l’affitto, in cambio di… non so, divertimento? È un animale buffo che fa strane facce, si comporta in modo bizzarro, e a volte mi si accoccola vicino oppure sente la mia mancanza se non sono in casa, il che è una cosa carina.

Vista dall’altro lato, la relazione solleva nuove domande: il gatto, chi pensa che io sia? L’enigma è impenetrabile giacché il gatto, quel cretino, non parla inglese, eppure non riesco a non chiedermi come lui mi veda. Sono il suo cucciolo? Sono suo fratello? Sono suo padre? Sono un distributore di cibo e grattini sulla testa?
Domanda non facile, ma dopo aver parlato con diversi esperti di gatti (gente meno stramba di quello che pensate) credo di aver messo insieme una specie di risposta.

Per capire come i gatti ci vedono dobbiamo capire il modo in cui pensano e, cosa più importante, come si comportano nei contesti sociali. Si tende a pensare ai gatti come animali solitari, probabilmente perché tendono a fare i sostenuti e, rispetto ai cani, passano più tempo badando agli affari loro.
Ma i gatti non sono per niente solitari. “Non possono esserlo, altrimenti non saremmo in grado di tenerceli in casa: scapperebbero via,” afferma John Bradshaw, autore di Il Comportamento del Gatto (Cat Sense) nonché uno dei pochi scienziati che studia attivamente il comportamento dei gatti – perlomeno quando trova dei finanziamenti.
La difficoltà nello studio delle abitudini sociali dei gatti si origina dal fatto che il predecessore non addomesticato del gatto, ovvero il Gatto Selvatico Nordafricano, non esiste praticamente più. Secondo Bradshaw, il Gatto Selvatico moderno si accoppia così di frequente col gatto domestico che è potenzialmente impossibile incappare in un Gatto Selvatico di razza pura.

Per fortuna possiamo studiare i gatti delle colonie. Le colonie non sono composte da gatti fuggiaschi o randagi: lì i gatti nascono e vivono senza dipendere da un intervento diretto degli esseri umani.
(Le colonie esistono comunque quasi sempre a causa di un intervento umano *indiretto* – si aggregano ad esempio in fattorie piene di topi, o in città zeppe di ratti e deliziosa spazzatura.)
Insomma, comparando il comportamento dei gatti nelle colonie con quello dei gatti di casa, possiamo farci una vaga idea di come un gatto vede il suo padrone.

La colonia si origina in un luogo dove ci sia cibo sufficiente per più di un gatto e angoli sicuri per il riposo e la riproduzione. I gatti sono “predatori secondari”, possono cioè sia cacciare che essere cacciati a loro volta da animali come i coyote, le volpi, addirittura i rapaci.
“La funzione primaria di questi gruppi di animali sembra essere la riproduzione,” afferma Bradshaw. I gatti cacciano da soli – a differenza dei canidi, per esempio – ma si riproducono in gruppo e si prendono cura dei cuccioli senza fare distinzioni. Se un gatto della colonia cattura un topo, lo riporterà al primo gattino che trova, a prescindere dal fatto che questo sia suo figlio oppure no. Stesso discorso per il latte: le gatte fanno poppare chiunque debba poppare. Durante l’allattamento hanno gli ormoni fuori di testa, per questo adottano come figlio loro “qualsiasi cosetta che pigola” (parole di Bradshaw), persino animali che normalmente sarebbero prede, come i paperotti.

La relazione fra micini e gatti adulti è composta da un preciso set di comportamenti – allattamento, pulizia, svezzamento, insegnamento della caccia, evacuazione e sepoltura degli escrementi – mentre la relazione che un adulto ha con un altro adulto ha caratteristiche completamente diverse.
Il gatto adulto usa quasi esclusivamente il linguaggio del corpo, comunicando i suoi messaggi con l’odore e i movimenti della coda, toccando o strigliando gli altri adulti. I comportamenti che adottano coi propri simili sono, perlopiù, gli stessi che i nostri gatti di casa hanno con noi.

“Sappiamo che il gatto usa con noi umani gli stessi segnali che userebbe con altri gatti con cui va d’accordo, con cui vuole collaborare e condividere spazi,” spiega Bradshaw. Eppure ci sono alcune cose che il gatto fa con gli umani, ma non con gli altri gatti adulti. L’esempio più ovvio è la vocalizzazione: i gatti delle colonie sono fondamentalmente silenziosi fra di loro, e diventano rumorosi a diversi livelli quando interagiscono con gli umani. “La spiegazione che si dà solitamente, e con cui sono d’accordo,” racconta Bradshaw “è che non si tratta di un comportamento innato. Il miagolio, in particolare, è un fenomeno rarissimo fra gatti non domestici adulti, mentre è comunissimo fra i gatti di casa.”

Anche se le vocalizzazioni feline rimangono un argomento strano e misterioso, ci sono prove che corroborano l’ipotesi del miagolio come comportamento appreso; una specifica strategia adottata dai gatti con le creature utili ma stupide chiamate umani, e mai utilizzata in altre situazioni. Per quanto si sia in grado di distinguere un miagolio “di piacere” da uno che non lo è, uno studio del 2003 sottolinea che i gatti sviluppano un linguaggio personale per i loro padroni: un umano è in grado di comprendere a grandi linee i messaggi che il suo gatto gli invia quando miagola, ulula o pigola, ma questi significati non sono universali. Messi di fronte a registrazioni di gatti sconosciuti, i soggetti dello studio erano assolutamente incapaci di capire cosa questi gatti stessero cercando di dire.

I gatti adulti si esibiscono a volte in piccoli vocalizzi con i cuccioli. Il classico “miao” utilizzato con gli umani rimane tuttavia sostanzialmente non documentato nelle altre interazioni.
Secondo Bradshaw “ogni gatto impara in modo indipendente che miagolare col padrone genera una risposta”. Tutto questo suggerisce che le vocalizzazioni non sono il sistema del gatto per rivolgersi a noi come a dei micetti: semplicemente, il gatto si adatta agli strani bisogni dell’umano, che non sa comprendere i mostruosamente ovvi messaggi non verbali dell’animale.

Un momento, ho chiesto io, cosa mi dice di quei gatti che escono liberamente a cacciare e poi riportano in casa il cadavere maciullato di un topo o di un uccellino? L’interpretazione classica di un simile comportamento è che il gatto sta portando un regalo al padrone. E siccome nelle colonie i gatti sono cacciatori solitari che riportano il cibo solo ai gattini, questa è la prova che i gatti ci considerano i loro cuccioli: “Ecco, stupido umano, so bene che non sei in grado di cacciare da solo perciò l’ho fatto io per te,” sembra dire il gatto.

Ma Bradshaw non la pensa così. Ritiene questo comportamento una combinazione di istinto e inutilità dell’istinto stesso nell’ambiente domestico.
“Trovo che ci sia una spiegazione perfettamente ragionevole per questo. Il gatto non sta portando il cibo al padrone, lo sta portando in casa, perché quello è un posto sicuro dove consumarlo.”
I gatti in libertà non mangiano la preda dove l’hanno catturata. Essendo essi stessi potenziali prede di altri animali, preferiscono riportare il cibo in posti più sicuri, dove non ci siano i coyote o qualsivoglia altra minaccia.
Ma l’istinto viene messo sottosopra quando il “posto sicuro” è una casa. Il gatto porta la preda in casa e lì si rende conto che ehi, un momento, questo cibo puzza.

“In ogni caso,” continua Bradshaw “è raro che un gatto mangi quello che ha catturato.” Secondo lo scienziato, i gatti domestici preferiscono di gran lunga il cibo in scatola agli animali appena ammazzati. Il loro istinto li spinge a cacciare, ma quando hanno fame si buttano sulla ciotola di bastoncini al pollo, il McDonald’s degli animali domestici. A sentire Bradshaw, questa abitudine di caccia non ha nulla a che fare con noi umani.

Ma quindi, secondo Bradshaw, come ci vedono i gatti?
“Riassumendo, ritengo che i gatti ci vedano come gatti adulti, ma dal comportamento differente.”
Il modo in cui ho riproposto la cosa a Bradshaw – e che lui non ha contestato – è che i gatti ci vedono come giganteschi, grotteschi, stupidi gatti adulti che trattati in un certo modo forniscono cibo e grattini sulla testa.

La teoria traballa perché, insomma, un gatto non può certo conversare o usare la forchetta per dimostrarci di sapere che noi non siamo gatti. Secondo Bradshaw “il loro repertorio di comportamenti è davvero piuttosto limitato.” In pratica, il modo in cui il gatto tratta un qualsiasi animale ricade in una di queste tre categorie: animali che il gatto può mangiare, animali che possono mangiare il gatto, o animali che non rientrano in nessuna delle due categorie precedenti e che tuttavia possono fornire affetto – o possibilità di riprodursi.

Per fare sì che il gatto inserisca nella terza categoria una qualsiasi creatura che non sia un suo simile, deve entrarci in contatto in uno specifico momento della sua vita: prima dell’undicesimo o dodicesimo mese di vita. Successivamente, tutto ciò che non è un altro gatto verrà visto come una preda o come una minaccia di morte, inclusi umani, cani, cavalli, procioni e rinopitechi dorati.
Se mettete il gatto di fronte a un cane prima di questo limite temporale, il gatto imparerà a considerare i cani come, in sostanza, degli alterna-gatti: animali “non schierati” che non si possono mangiare e che non cercheranno di mangiarlo.
Il discorso è analogo con gli umani, eccetto che presentando l’uomo al giovane gatto non come un semplice elemento neutrale ma come un alleato, una creatura che procurerà cibo e carezze… bene, il gatto imparerà che gli umani sono molto simili a gatti adulti – quando non sono addirittura meglio, sempre se il grosso idiota umano riesce a capire ciò che il gatto vuole dirgli.

Visto che non possiamo parlare al gatto per capire che cosa pensa, è ben possibile che dire “i gatti ci vedono come grossi e stupidi gatti adulti” non sia tanto più corretto di “noi umani vediamo i gatti come bizzarri bebè pelosi semi-indipendenti.”

Ma potrebbe anche non essere così lontano dalla verità.

Autore: DAN NOSOWITZ
Titolo originale: Who Does Your Cat Think You Are?

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