Confessioni di un traduttore di manga

il

Articolo di ZACK DAVISSON, pubblicato su The Comics Journal con il titolo Confessions of a Manga Translator

La Regola di Rubin

Devo confessarvi un segreto. Se il dialogo di un manga che ho tradotto vi ha colpito particolarmente; se una frase pregnante ha parlato al vostro cuore, o ha significato qualcosa per voi; se vi siete detti “fico!”, se vi siete emozionati, se addirittura avete riso a una battuta… probabilmente non è stato merito dell’autore. Probabilmente sono stato io.
È una delusione, lo so. Voglio tuttavia sottoporvi la “Regola di Rubin”, da Jay Rubin, traduttore dei romanzi bestseller di Haruki Murakami – nonché uno dei più rilevanti traduttori dal giapponese dei nostri tempi. In un’intervista, Rubin dichiarò: “Quando leggete Murakami [in inglese], almeno il 95% delle volte state leggendo me”. Quando l’ho letto, ho annuito. E ho rabbrividito: qualcuno infine aveva confessato.

È questo il segreto. La Regola di Rubin. Quando leggete le parole di un fumetto – le parole reali, badate bene – almeno il 95% delle volte state leggendo me.

A nessuno piace sentirselo dire. Quando parlo della Regola di Rubin, le persone si sentono tradite. E lo capisco! La gente vuole sentire una connessione: vogliono credere che quelle cui reagiscono siano le vere parole dell’artista. Se rendi i lettori consapevoli dell’esistenza di un traduttore, ecco che tra l’artista e il suo pubblico si erge una barriera. I traduttori dovrebbero essere invisibili facilitatori, Pesci di Babele privi di volontà nascosti nel vostro orecchio. Ai lettori piace credere che il lavoro del traduttore sia un banale scambio da una lingua all’altra, la sostituzione di “あ” con “a”.
Ma non è così che funzionano le traduzioni. In particolare le traduzioni letterarie. In particolare quelle dal giapponese. In particolare, le traduzioni dei manga.

Il Giapponese tradotto

La traduzione letterale, parola per parola, produce dei pasticci illeggibili. Anche riordinando le parole secondo la grammatica inglese si ottiene un risultato piatto e senza senso. Un esempio: lo scambio di battute che segue, letto in giapponese, fa spaccare in due dal ridere. Una bomba!

MARITO – E se mangiassimo maiale allo zenzero per cena?
MOGLIE – Ahimé! Non abbiamo lo zenzero!

Grasse risate? No? Strano. Ogni volta che butto lì la battuta a mia moglie, lei si fa una risatina. Che mi dite di quest’altra?

MARITO – Voglio mangiare uova di salmone!
MOGLIE – Sì, ma quanto costano?

Fidatevi, questa in giapponese fa ridere un casino. “Uova di salmone” e “quanto costa” sono omofoni e si pronunciano entrambi “ikura”. La risposta della moglie (“ikura kana” in giapponese) è ambigua, perché non è chiaro se lei sia preoccupata del costo o se abbia poca voglia di mangiare uova di salmone. È anche una battuta vecchia che sanno tutti, perciò quando la senti ha un’aria familiare, confortevole. Riscrivete la battuta in inglese pari pari, sostituendo le parole una a una, e l’umorismo è morto è sepolto. Per una resa efficace serve qualcosa di più. Ed è qui che entra in scena la vera arte del traduttore.

Qualsiasi forma di traduzione letteraria è una collaborazione fra il traduttore e l’artista. Non una collaborazione diretta: per quanto mi piacerebbe il contrario, parlo raramente con gli autori dei fumetti su cui lavoro. Capita anche che siano morti da tempo. Eppure, lavoriamo sempre insieme. Per quanto io provi a restare invisibile, sentirete entrambe le voci. Un po’ come un gruppo che suona una cover: anche un cantante bravissimo a imitare la voce originale aggiungerà il suo stile alla performance; e alla fine, la canzone che ne risulta non è opera esclusiva dell’artista storico né della cover band.
La metafora è un po’ goffa, ma il punto è questo: un traduttore diverso tradurrà un fumetto diverso.

In parte è dovuto alla natura della lingua. Il giapponese non è fatto per essere tradotto. È fortemente influenzato dal contesto – a differenza dell’inglese, che lo è molto poco. In pratica, il giapponese si affida al contesto culturale e può usare meno parole per portare avanti una scena. C’è chi dice che la scrittura giapponese ha tre parole sottintese per ogni parola espressa. Sono i lettori che devono riempire i vuoti.

Perdipiù il giapponese usa quattro diversi tipi di scrittura: kanji, katakana, hiragana e romaji. Ciascuna scrittura modifica leggermente i significati e contestualizza le frasi. Un personaggio che parla in katakana, probabilmente, ha un accento straniero. Oppure una singola parola scritta con un sistema diverso rispetto alle altre può significare l’equivalente di un grassetto, o di un corsivo. Si può perfino scrivere una parola in kanji, ad esempio “maestro”, e poi aggiungervi un apice in hiragana, ad esempio “signore della guerra”, che aggiunge un ulteriore significato. Oltretutto il giapponese si affida molto spesso alle frasi fatte e alla ripetizione. Farsi strada nel complesso mondo dei livelli di cortesia giapponesi è rischioso anche per chi è nato e cresciuto in quella cultura. I giapponesi prendono spesso la strada della minore resistenza, utilizzando di continuo frasi socialmente appropriate, certi che sarà il contesto a chiarire il vero messaggio.

In confronto, l’inglese è abbastanza diretto: il più delle volte la gente parla chiaro.
I giapponesi sembrano i Tamariani di Star Trek. “Shaka, quando caddero le mura”.

Il ruolo del traduttore

Conversando su Twitter ho capito che non sono in molti a sapere cosa faccia in concreto un traduttore di manga. È da quelle conversazioni che è nato questo articolo: mi sembrava il caso di chiarire un poco la faccenda.
Spesso ci si fa confondere da termini come “traduzione” e “localizzazione”, che in teoria indicano cose differenti ma nella pratica sono abbastanza simili. Molti pensano che sia il curatore a fare il grosso del lavoro di adattamento, basandosi su un grezzo semilavorato fornito dal traduttore. Non nella mia esperienza.
Le principali mansioni del curatore sono scegliere il traduttore, gestire il progetto e impacchettare per bene il lavoro finito. Mai sottovalutare l’importanza di quel primo compito: è forse la singola cosa più importante da fare, una volta acquisiti i diritti di pubblicazione.

Quando un curatore seleziona il traduttore, sta anche scegliendo che tipo di fumetto vuole pubblicare. Molti lettori non si rendono conto dell’influenza che ha il traduttore sul prodotto finito.
È vero, alcune case editrici affiancano ai traduttori degli adattatori per i dialoghi, e non c’è nulla di male. Kelly Sue Deconnick ha iniziato facendo l’adattatrice. Ma non credo che sia una pratica molto diffusa. Personalmente ho collaborato con un adattatore solo una volta, e molti traduttori che conosco consegnano il testo definitivo da stampare, fatto e finito.

Ciò che faccio quando traduco dal giapponese è prendere tutta la lingua scritta, tutto il contesto, e ridare loro forma – come se fossero stati scritti originariamente in inglese. Il testo originale è come una traccia. Oltre a tradurre le parole aggiungo il contesto e anche delle frasi di raccordo che in originale non sono presenti. Aggiungo cose che per un giapponese sarebbero state superflue. E a volte riscrivo da capo a piedi.
Ecco a voi la Regola di Rubin in azione.

Come faccio quello che faccio

In tutta onestà, non so quali metodi usino i miei colleghi per arrivare in fondo al loro lavoro. So solo quello che faccio io. Ciò che sto per dirvi potrebbe essere l’esatto opposto di quello che fanno gli altri. O forse è identico? Sarebbe interessante scoprirlo.
In verità mi innervosisce un poco pensare a quel che diranno Matt Smith, Fred Schodt, e Matt Alt leggendo questo articolo. O anche Jay Rubin: cosa farà? Annuirà comprensivo? Oppure mi riderà dietro? Vedremo.

Non ho seguito scuole né corsi, pertanto se il processo traballa un po’ la colpa è soltanto mia. Ho sviluppato il metodo con l’esperienza e con la pratica, come ogni artista – perché sì, tradurre i manga è un’arte esattamente come lo è scrivere, disegnare, colorare, letterare, e tutte le miriadi di altre attività necessarie a produrre un fumetto pubblicato. C’è un motivo se la traduzione automatica applicata ai manga è inutile. Noi non siamo dei tecnici.

Non sono del tutto autodidatta: ho un master in lingua giapponese e durante i corsi mi sono occupato di traduzioni letterarie. Ma i manga sono diversi. Ho imparato con la pratica.
Ho preso una serie già tradotta (Dr. Slump & Arale) e l’ho ri-tradotta volume per volume, facendo paragoni tra il mio lavoro e la versione pubblicata. Ho capito che più mi avvicinavo alla traduzione pubblicata, migliore era il mio lavoro. Così ho anche imparato dove stavano le differenze con l’originale, quali scelte erano state fatte e perché.

Il mio sistema è semplice: piazzo il fumetto di fianco al mio computer e comincio a leggere… e a scrivere. E a sentire. Questa è la parte importante, perché ciò che sto cercando di replicare è appunto un sentimento. Non ho mai letto un fumetto da capo a piedi prima di cominciare a lavorarci. Voglio catturare il momento esatto in cui leggo una pagina, per poi trasmettere la stessa emozione ai miei lettori usando l’inglese. Rimango coinvolto profondamente dai fumetti che traduco. Rido forte. Piango. Certo, poi faccio una revisione, ma se prima di iniziare il lavoro leggessi tutta la storia perderei l’immediatezza.

Ciascun personaggio acquisisce la sua voce specifica. Riesco a sentire Kitaro, so come parla Emeraldas. Sono in grado di imitare Nezumi Otoko o Yakob il “Country Killer”.  Leggo, e sento quelle voci nella mia testa. Provo a lasciare che siano loro a suggerirmi come direbbero questa o quella cosa. E sì, ci sono momenti in cui recito i miei dialoghi ad alta voce, giusto per capire se suonano bene. Per fortuna lavoro tutto solo in una stanza, di solito. Solo i miei animali domestici mi guardano straniti.

Anche cogliere la giusta atmosfera è importante. Quando sono passato per la prima volta da Shigeru Mizuki a Leiji Matsumoto, mi ci è voluto un po’ per immergermi nella gravitas formale del secondo – così diversa dalla lieve naturalezza del primo. I personaggi di Matsumoto parlavano un po’ troppo come quelli di Mizuki, e questo non andava bene; così ho preso l’abitudine di tradurre Queen Emeraldas ascoltando Wagner in sottofondo, ed è stata la soluzione perfetta. Mi ha aiutato a condensare tutto quel melodramma e quel linguaggio operistico in una resa inglese altrettanto efficace.

Poi sono arrivati i dialoghi di Mamoru Oshii. I più complicati, finora. Oshii passa davvero la misura, con frasi contorte e kanji difficili. Mi sono reso conto che il modo migliore per rendere queste cose era scavare nel dizionario dei sinonimi e riesumare le espressioni inglesi più astruse. Sono terribilmente fiero del mio lavoro su Seraphim: 266613336 Wings. È stata un’impresa tosta. E non fatemi parlare di Panty and Stockings with Garterbelt: tradurre giochi di parole sconci non è un’impresa facile…

Non è che non abbia problemi con le singole parole, tra l’altro. Il manga Showa: A History of Japan mi ha costretto a tuffarmi nel mondo della terminologia storico-militare. Mi sono riconnesso al passato grazie al manualetto di conversazione giapponese bilingue che usava mio nonno durante la Seconda Guerra Mondiale. E sapevo che avrei dovuto tradurre correttamente il nome di ogni singola nave da guerra: non mi era permesso sbagliare.
È stata dura anche venire a capo del technobabble di Leiji Matsumoto. In Queen Emeraldas c’è la “juryoku seba”, che potrebbe essere svariate cose e che ho finito per rendere con “gravity saber”. Tutti amano le spade laser, così ho pensato che la “spada gravitazionale” non fosse una cattiva idea. È anche il nome inglese ufficiale che le danno in giappone, il che aiuta. Ma non funziona sempre: pensate al “Führer Dessler” di Space Battleship Yamato, da noi ufficialmente ritradotto come “Supremo Deslock”. E non c’è speranza per il pianeta chiamato “Heavy Metal”… alle mie orecchie può suonare solo come pura pacchianeria giapponese anni ‘70. Oh, beh.

Una volta dato il nome a qualcosa, devi anche capire che rumore fa.
Le onomatopee sono una delle sfide più grandi affrontate dai traduttori di manga. In giapponese, i suoni sono resi in modo ripetitivo: don don don, bup bup bup, sha sha sha. E ce ne sono moltissimi altri. La pioggia che cade con uno zaaa è diversa da quella che cade facendo shito shito. Volevo che la “gravity saber” di Emeraldas avesse un suono unico, e ho usato zwark. Dalle mitragliatrici ai cannoni, ciascuna arma da fuoco in Showa: A History of Japan produce un rumore diverso.
Anche le astronavi sono divertenti. In particolare sono affezionato alle astronavi di Queen Emeraldas: ho fatto ricerche sui vecchi fumetti americani di fantascienza, per vedere che rumore facessero le navi spaziali, e ne ho preso in prestito qualcuno. Credo che aggiungano un’aria nostalgica, caratteristica tipica delle impossibili astronavi pirata di Matsumoto.
E poi c’è il temutissimo sheen, l’onomatopea del silenzio, che in inglese non esiste. Ognuno deve risolverla a modo suo. Io ho un tremito ogni volta che la incontro.

Per fortuna ho un dizionario vivente sempre disponibile. Mia moglie Miyuki mi fa da assistente nei passaggi più ostici – o quando contesto e riferimenti culturali sono troppo ardui da penetrare. È stata di enorme aiuto per Showa: A History of Japan e per decifrare i dialoghi di Oshii in Seraphim. Certe volte essere sposati con un giapponese madrelingua fa la differenza, in questa professione.

Le parole sulla pagina

C’è anche il problema degli spazi. La traduzione dei manga presenta un’ulteriore sfida che altrove non è presente.
Per sua natura il fumetto è una danza di parole e immagini. Nei manga hai delle immagini e dei balloon: quelli sono, e non li puoi cambiare. Quel che puoi fare è assicurarti che parole e immagini funzionino insieme – e che le parole stiano dentro ai balloon, cosa piuttosto importante. Data la natura della lingua giapponese, nel medesimo spazio trovano posto molti più contenuti di quelli che si potrebbero scrivere in inglese. Quando traduco devo sempre tenere d’occhio l’area occupabile che ho a disposizione sulla pagina e il modo in cui le parole saranno disposte. Per non parlare dei balloon verticali…

Un collega su Twitter ha scritto che noi traduttori in realtà componiamo ex novo dei dialoghi in inglese che ben si accoppiano con i disegni. Sono abbastanza d’accordo. Mi immagino una cosa simile al vecchio metodo Marvel per fare fumetti: il disegnatore produce le tavole basandosi sul plot fornito dall’autore, il quale poi riscrive i dialoghi in modo che si accordino con i disegni. Questa è la fase finale del mio metodo.
Stampo la traduzione e la leggo tenendo il fumetto sottomano. Faccio sempre modifiche: ci sono scelte che nella mia testa funzionavano bene ma nella realtà non scorrono come pensavo, o parole che ho ripetuto troppe volte nella stessa pagina. O anche frasi che non stanno bene in bocca a chi le dice, e altri piccoli dettagli.

Una volta fui coinvolto come consulente presso una grande casa editrice che voleva entrare nel mercato dei manga. Avevano già pubblicato romanzi stranieri, e pensavano che da lì a proporre manga il passo fosse breve. Spiegai loro il mio metodo, esattamente come l’ho raccontato qui, mostrando il lavoro che c’era dietro. Dopo avermi ascoltato, decisero di lasciar perdere: era più di quanto fossero in grado di gestire.

Non basta conoscere il giapponese per essere un buon traduttore. Devi essere un bravo scrittore, ti servono creatività e immaginazione. Padroneggiare la lingua a sufficienza per poter leggere i manga in originale non è così arduo, e per le parole nuove c’è sempre il dizionario. È tradurlo in inglese che richiede qualcosa in più.
In verità, posso dire che la formula è 40% conoscenza del giapponese + 60% scrittura in inglese. Ho amici il cui giapponese è di gran lunga superiore al mio, ma non sono più bravi di me a tradurre.

E poi serve amore per i fumetti. Amore vero.
Mi fa ridere quando sento parlare di “traduzioni amatoriali fatte per passione”, perché tutti i traduttori professionisti di manga sono appassionati. Se non lo fossimo, ci dedicheremmo ad altro. Se c’è una cosa che abbiamo in comune tutti quanti è proprio il fatto che amiamo i manga. Il nostro scopo è confezionare fumetti che noi stessi vorremmo leggere. Ho la mia lista personale coi fumetti che sogno di tradurre, pronta da propinare a qualsiasi curatore editoriale che abbia voglia di darmi retta. Do per scontato che facciano tutti così. A volte i sogni si avverano, come è successo con Shigeru Mizuki, Satoshi Kon e Leiji Matsumoto. Altri autori, come Miyuki Saga e Daijiro Morohoshi, attendono ancora la loro occasione (Incrociamo le dita! C’è qualche editor che mi legge e vuole provare?).
Ma non importa su cosa sto lavorando, per me è amore. Deve esserlo. Metto troppo di me in ogni storia per fregarmene.

Una volta ho letto un tizio lamentarsi perché su un catalogo era elencato “Showa: A History of Japan – di Shigeru Mizuki e Zack Davisson”. Dicevano che Davisson (cioè io) era “solo” il traduttore, perciò il fumetto non poteva essere segnalato come suo. Io invece credo che la dicitura fosse corretta. Sono anche uno scrittore, e sento “mie” le traduzioni che faccio esattamente come i libri che scrivo. Sono i miei fumetti.

La prossima volta che un manga vi piace, date un occhio al nome del traduttore. Magari controllate se avete letto altri manga tradotti dalla stessa persona. Fate un esperimento: comparate due opere dello stesso artista, tradotte da persone diverse – ad esempio le mie traduzioni di Satoshi Kon fatte per la Dark Horse e quelle pubblicate dalla Vertical. Scoprite se le voci cambiano. Trovate le differenze. E ricordate che quel che leggete è sempre una collaborazione.
Non importa quale sia il vostro manga preferito, non importa chi l’abbia scritto: il traduttore è lì, fa parte del gioco.

Autore: ZACK DAVISSON
Titolo originale: Confessions of a Manga Translator

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